“Perché non io ?” - di Riccardo Zerbetto

Tutti giochiamo. O almeno in molti. Sicuramente più della metà degli italiani, ma non solo, si affidano almeno una volta all’anno ai capricci della dea Fortuna. Difficile pensare che tutti siamo affetti da una forma, seppure leggera, di patologia. A meno di non invocare una qualche forma di peccato, seppure veniale, e allora nessuno sfuggirebbe se, come ci insegna la Genesi, il peccato nasce ancor prima di noi. In ogni caso, se la norma a cui ispirarci non è solo quella ideale, ma anche quella più pragmaticamente statistica, allora il giocare rientra alla grande tra i comportamenti normali.  Dipende, ovviamente, dalla misura.

Da quel mètron, come dicevano gli antichi Greci, che rappresenta la cosa migliore (àriston). La quale sarebbe, quindi, non l’astenersi dal gioco completamente, ma saperlo fare con misura, appunto. Anche quando per gioco si intende il gioco d’azzardo che comprende, nell’accezione comune, due elementi costitutivi: l’uso del denaro ed il ricorso ad un meccanismo distributivo di carattere aleatorio e quindi non prevedibile attraverso realistici sistemi di previsione e di capacità.

Sulla propensione di alcune persone ad andare oltre-misura sino a cadere nella patologia è stato detto e scritto molto e non è il punto su cui vorrei richiamare la nostra attenzione. L’evenienza che mi pare, piuttosto, meno esplorata è quella opposta: quella di persone che evitano del tutto, o quasi, di farsi tentare dalle seduzioni del gioco d’azzardo. Persone che, stando ad un parametro di valutazione tradizionale e forse un po’ moralista, potremmo senz’altro definire intelligenti, virtuose ed esemplari (da prendere, cioè, ad esempio). Persone tuttavia che, a ben vedere, possono rivelare qualche ombra accanto al luccichio della (troppa?) virtù.

Questa riflessione nasce dalla mia esperienza di psicoterapeuta per la quale è dato riscontrare, in alcuni casi, un’attitudine del tutto priva di aspettative circa quello che il futuro possa riservare ad alcune persone in termini di risultati delle loro azioni, ma anche evenienze fortunate sia in ambito amoroso che lavorativo.

Si tratta di persone tendenzialmente pessimiste o, quanto meno, iper-realiste che abitano un mondo (meglio dire una rappresentazione del mondo o weltanshaung) nella quale nulla di nuovo ed inatteso può capitare di buono.  Gli imprevisti sono, semmai, i percoli non previsti e le infinite forme della “Sfiga”, dea crudele e bizzarra sempre in agguato nel tendere sorprese amare a chiunque ed in particolare a chi si aspetta invece qualcosa di buono e soprattutto di “gratuito” dalla sorte. Ad una di queste persone mi sono trovato – stupendomi io stesso della mia proposta – a suggerire di comprarsi una schedina del superemalotto. Specie in questo periodo di vertiginoso aumento del jackpot.

Alla mia boutade, gli occhi di questo aspettatore (… dal verbo aspettare) del Signor Godot – e che in realtà non aspetta niente di nuovo – si sono fatti molto perplessi e diffidenti. In quale tranello lo stavo inducendo? Perché dare dei soldi ad uno stupido gioco che può compensare il giocatore in una sola possibilità su 600 milioni? Tale probabilità (ovvero assoluta improbabilità) che tutti conoscono, più o meno chiaramente, non impedisce tuttavia a milioni di italiani di optare per la scelta opposta: di ritenere quindi che … “perché no? Perché quell’uno di mezzo miliardo di possibilità non potrei essere io?”.

Nelal relazione Figura/Sfondo, come si direbbe nei termini della Psicologia della Gestalt che analizza i meccanismi percettivi per i quali ognuno di noi è portato ad evidenziare alcuni elementi mettendone altri sullo sfondo, si delinea una radicale differenza percettiva: molto “mettono in figura” l’eventualità positiva di poter essere baciati dalla dea Fortuna, altri … no. Le diverse percezioni della realtà, non sono poi così scontate né casuali. Non è a caso, infatti, che alcune persone colgono un elemento mentre altre non lo colgono o ne colgono un altro, magari opposto. E gli infiniti dibattiti in cui gli esseri umani da sempre si accapigliano nascono n fondo da queste forme di dispercezione (o diversa percezione) nella valutazione della realtà.

Per farla breve, tornando al mio paziente, l’indicazione che mi sono sentito di dare, tra il provocatorio e il giocoso, è stata quella di suggerire “ma perché non pensa che la dea Fortuna non possa baciare proprio lei?”.

“In gioco”, con una affermazione di questo tipo, non c’era ovviamente la possibilità o meno di vincere il jack pot; possibilità infinitamente remota, come sappiamo. Ma di vincere subito una scommessa a livello psicologico: quella cioè di varcare le Colonne d’Ercole del “a me no” verso una dimensione nuova ed inesplorata che è quella del possibile, seppure remotamente. La possibilità, ci ricorda anche Kierkegaard, è la più grande delle categorie per l’essere umano. E quell’Ulisse dantesco che varca “quella foce stretta acciò che l’uom più oltre non si metta” ha tutta la nostra smisurata solidarietà per il suo rischiare nel “divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”. Certo, se proprio dobbiamo correre dei rischi, è meglio farlo nel campo della conoscenza, dell’amore, dell’ardimento e del lavoro che in un territorio di pura virtualità affidata al caso. Ma certo, l’attitudine di aprirsi comunque al “possibile” indica una non-preclusione che può rappresentare un momento di svincolo da barriere fin troppo anguste che molti di noi ci poniamo, spesso come conseguenza di esperienze negative e di una educazione più attenta ai pericoli che non alle opportunità del crescere e dell’esplorare il mondo.

Se, come sostiene E. Bergler (noto studioso dei meccanismi profondi del gioco d’azzardo)  “il Fato non è altro che una proiezione paterna” riportando al proposito un’affermazione di un suo paziente per il quale “vincere significa che il destino annuisce, approva col capo e sorride amorevolmente. Perdere significa un avvertimento ed un dito minaccioso” cosa dovremmo ipotizzare di una persona che non riesce neppure a concepire di poter ricevere una fortuna non solo perché meritata, ma solo perché così, gratuitamente, può capitare? E capitare proprio a lui? Dopo aver fatto questa provocazione al mio paziente mi sono chiesto “ ed io?”. Non l’ho ancora fatto, ma credo che andrò a regalarmi un biglietto del superenalotto. In fondo … “perché non a me? Parafrasando il famoso detto di MaoTze Tung (che ora, pare, si debba chiamare Mao Tze Dong) “lavorare poco, lavorare tutti” non sarebbe poi così male “giocare poco, giovare tutti”. Nessuno si farebbe del male e … lo stato raccatterebbe qualche soldo per le sue casse eternamente vuote. Qualcuno, inoltre, potrebbe viverci, come ad esempio chi si occupa di questo giornale. Ma la regola “del gioco” perché gioco sia, è poi quella dei saggi Greci “la cosa migliore sta nella misura”.


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